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Il lavoro di psicologa si incrocia spesso con i problemi che nascono con l’uso dei videogiochi nell’età infantile. I bambini sono così permeati di videogame che è normale che, durante le sedute in studio, giochino riprendendone le dinamiche e usino gli stessi linguaggi, parlando di livelli, di punteggi, di “vite”… A volte i bambini portano le consolle in studio e ci giocano per diverso tempo. 

Bisogna tener conto che per alcuni bambini il videogioco può essere fonte di distrazione e di intrattenimento (tutti abbiamo bisogno di queste due funzioni), ma allo stesso tempo questo temporaneo benessere si può trasformare in una impossibilità di farne a meno.

Sovente i genitori raccontano di bambini “risucchiati” dagli schermi, come se non esistesse una separazione tra bambino e supporto informatico, ed è proprio a partire da queste osservazioni che, con i genitori stessi, si è cercato di dare un’organizzazione al problema del videogioco e su quale uso farne.

Non c’è una risposta univoca sull’utilizzo di questi strumenti ludici. Personalmente penso, come molti, che il videogioco debba essere adeguato all’età e mediato dall’adulto, ma soprattutto che debba diventare uno strumento di confronto tra grandi e piccoli.

Ho trovato alcuni semplici ma utili consigli con i quali possiamo confrontarci sul sito “Genitori Crescono”.

È ormai luogo comune il sostenere che i bambini apprendano giocando: ma allora perché se questo vale per il gioco classico, non potrebbe valere anche per il videogioco? In fondo dal videogioco si acquisiscono indubbiamente manualità e modalità di pensiero, indispensabili per le sfide informatiche delle nuove generazioni

D’altro canto ritengo che il videogioco non consenta un passaggio fondamentale, quello dell’organizzazione e della trasformazione delle pulsioni.

La pulsione, l’energia, il piacere… per i piccoli passano principalmente attraverso il movimento del corpo e attraverso di esso trovano una quiete (quello che Freud chiama principio di piacere). Ma il corpo pone dei limiti, ad esempio quando si corre viene il “fiatone”, e questo è fonte di apprendimento per il bambino. In alcuni giochi infantili i bambini introducono il concetto di “tana”, luogo concordato con i compagni, in cui possono riprendere fiato e proteggersi. Il fare questi passaggi può essere considerato banale, ma è grazie ad essi che il bambino inizia a costruire e organizzare una parte fondamentale della sua realtà psichica.

Il videogioco non è che in assoluto non consenta alcuni di questi passaggi, ma sicuramente il movimento del corpo è molto limitato e questo sembrerebbe non consentire quella quiete fondamentale che segue allo sfogo fisico che, ad esempio, il gioco di movimento può dare (come se venisse a mancare quella funzione fondamentale legata al principio di piacere)…

e appena finita una partita, il bambino ha bisogno di farne un’altra, sempre in un crescendo. E in queste situazioni dire basta non è semplice né per il bambino, né per il genitore.

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